Stefano Benedikter e Nuraxi: portare la longevità nell’era dell’intelligenza artificiale
Al Longevity Fest Costa Smeralda 2025 la longevità è entrata nel lessico dell’innovazione industriale. Merito anche di Stefano Benedikter, fondatore e CEO di Nuraxi, startup che applica l’intelligenza artificiale allo studio dell’invecchiamento sano e dei cosiddetti SuperAgers: persone che superano gli 80 anni mantenendo performance cognitive e fisiche tipiche di soggetti molto più giovani. La sua presenza al panel “Longevity Startup” (6 settembre, Conference Center, moderato da Pietro Mereu) ha offerto al pubblico una prospettiva nuova: la longevità non come promessa futuristica, né come rituale di ottimizzazione personale, ma come settore strategico del XXI secolo, al crocevia tra biomedicina, tecnologia, politiche sanitarie e investimenti su scala globale.
INTELLIGENZA ARTIFICIALE E SUPERAGERS: LA NUOVA FRONTIERA DELLA LONGEVITÀ
Alla base del lavoro di Nuraxi c’è un’idea semplice quanto radicale: non chiedersi soltanto perché si muore, ma perché alcuni soggetti non invecchiano alla stessa velocità degli altri. Per farlo, la startup raccoglie e analizza dati longitudinali dei SuperAgers utilizzando:
• biomarcatori
• dati clinici e strumentali
• diagnostica predittiva
• tracciamenti digitali
• modellazione computazionale basata su IA
L’obiettivo non è descrittivo, ma traslazionale: trasferire a valle nella popolazione generale i pattern di resilienza biologica osservati nei longevi cosiddetti “fuori curva”. La piattaforma sviluppata da Nuraxi include un modello linguistico su larga scala (Large Language Model) ottimizzato per l’analisi di segnali complessi legati all’invecchiamento. Questa architettura si adatta sia a dati ad alta intensità (biomarcatori quantitativi, imaging) sia a dati a bassa intensità (smartwatch, wearable, quotidianità comportamentale). Sul piano della privacy, Benedikter ha adottato un livello di protezione a prova di mercato, basato su blockchain e controllo granulare dei consensi.
HEALTHSPAN VS LIFESPAN: LA NUOVA METRICA DEL BENESSERE
Una delle distinzioni più rilevanti emerse dal panel riguarda la differenza tra:
• Lifespan → anni totali vissuti
• Healthspan → anni vissuti in salute e autonomia
È su questo secondo indicatore che si concentrano oggi le ricerche più avanzate. La letteratura scientifica suggerisce infatti che la genetica da sola incida per circa 20–30% sulla lunghezza della vita, mentre ambiente, stile di vita e contesto sociale pesano per il restante 70–80%. È all’interno di questa forbice che le Blue Zones — e in particolare la Sardegna — assumono un valore quasi laboratoriale, grazie alla combinazione di:
• alimentazione tradizionale
• relazioni stabili
• attività fisica naturale
• senso di scopo
• bassa solitudine percepita
Tutte componenti oggi riconosciute come determinanti della longevità attiva.
DAL WELLNESS PRIVATO ALL’INFRASTRUTTURA PUBBLICA
Secondo Benedikter, la longevità è destinata a migrare da fenomeno elitario (clinic, centri privati, biohacking individuale) a infrastruttura sanitaria distribuita, con impatti tangibili su:
• sistemi sanitari nazionali
• assicurazioni e modelli di rimborso
• politiche pubbliche
• workforce aging
• diagnostica territoriale
• investimenti istituzionali
È un cambio di paradigma simile a quello avvenuto nei primi anni 2000 con il digitale: dal gadget al sistema, dalla sperimentazione individuale al beneficio collettivo. Nel lungo periodo, Benedikter immagina un’architettura sanitaria in cui la medicina non solo cura, ma previene e predice, intervenendo prima della manifestazione clinica delle patologie croniche.
UNA TESI DI FONDO: LA LONGEVITÀ SI COSTRUISCE
Alla base del progetto c’è una tesi di fondo: la longevità non è un dono, ma una tecnologia sociale e biologica. Non un destino, ma una filiera — fatta di dati, IA, medicina preventiva, politiche, capitale e scelte di vita. Quando si domanda quale sia l’obiettivo finale di Nuraxi, Benedikter non cita un mercato né un segmento premium, ma una scala: “Impattare la salute di un miliardo di persone.” È una frase che appartiene più alla matrice della Silicon Valley che a quella della sanità tradizionale, ed è forse questo il
Arianna Pinton