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Il dottor Claudio Fabris ha appena compiuto 95 anni e continua a lavorare come medico

Un medico “di una volta” che lavora ancora oggi

Il dottor Claudio Fabris ha appena compiuto 95 anni. E lavora ancora.

È nato a Venezia il 23 ottobre 1930, si è laureato in Medicina e Chirurgia all’Università di Padova nel 1955, e da allora non ha mai davvero smesso di fare quello che per lui è più di un lavoro: visitare pazienti, ascoltare persone, prendersi cura di cuori. Oggi, quasi settant’anni dopo la laurea, continua a ricevere nel suo studio di via Mazzini a Mestre, fa idoneità sportiva per atleti giovani e meno giovani, e svolge visite cardiologiche in poliambulatori del territorio. A 95 anni. Questa storia, già così, basterebbe. Ma in realtà è ancora più interessante da vicino.

 

A 95 anni è un lavoratore instancabile

Quando gli chiedono quante visite fa in una settimana risponde guardando l’agenda, come fosse la cosa più naturale del mondo: cinquantotto. Cinquantotto visite in cinque giorni lavorativi sono più di undici al giorno, dal lunedì al venerdì. Molte di queste sono certificazioni di idoneità sportiva agonistica e non agonistica, richieste dalle società riconosciute a livello nazionale e regionale; altre sono controlli cardiologici completi. Lui le distribuisce tra tre luoghi: il suo storico studio in via Mazzini a Mestre; il Poliambulatorio Fleming di viale Garibaldi, sempre a Mestre, dove si occupa in particolare di idoneità sportiva; e le consulenze cardiologiche per l’istituto Sherman (oggi Bianalisi) nel quartiere Pertini. 

 

Una pensione durata pochissimo

«Avrei dovuto smettere» racconta. E in effetti, nel dicembre 2024, l’Ordine dei Medici di Venezia aveva organizzato per lui una sorta di festa d’addio durante quella che doveva essere l’ultima seduta ambulatoriale nel centro FisioSport Terraglio, struttura riabilitativa che lui stesso aveva contribuito ad aprire dieci anni prima. Gli avevano consegnato una targa e persino una maglia del Venezia con tutte le firme dei giocatori — lui è tifosissimo — come omaggio alla sua carriera di medico dello sport. Tutti convinti: è finita, il dottor Fabris appende il camice al chiodo. 

 

Di nuovo col camice, appena un anno dopo

È passato meno di un anno e Fabris è ancora lì, camice bianco addosso, stetoscopio e referti alla mano. «Mi fa piacere, mi tiene vivo», spiega. Per lui curare non è solo misurare una pressione o leggere un tracciato ECG. È entrare nella vita delle persone, capire cosa stanno vivendo, anche sul piano emotivo e psicologico. Dice: «Il mio impegno è sempre stato nell’interessarmi di ciò che accade agli altri. Sento molto le vicende delle persone. E le ingiustizie». Ogni volta che legge l’ennesima notizia di un femminicidio, racconta, è come perdere qualcuno “di casa”. 

 

Dal 1955 ad oggi: quasi settant’anni di medicina

Il percorso professionale di Claudio Fabris attraversa letteralmente la storia recente della sanità italiana.

– Laurea in Medicina e Chirurgia nel 1955 a Padova.

– Specializzazione in Cardiologia nel 1958 a Torino.

– Specializzazione in Medicina Interna nel 1967, di nuovo a Padova.

– Specializzazione in Geriatria e Gerontologia nel 1975 all’Università di Modena e Reggio Emilia.

– Specializzazione in Medicina dello Sport nel 1984 all’Università di Bologna. 

Questa sequenza racconta molto di lui. Da un lato la clinica pura del cuore e delle urgenze internistiche. Dall’altro l’interesse per l’invecchiamento e per la performance fisica. Fabris è cardiologo, internista, geriatra e medico dello sport. È l’esempio vivente di una cosa che oggi si invoca spesso ma che raramente si vede: la continuità tra prevenzione, cura e qualità della vita. Non è un caso che generazioni di atleti veneziani — ragazzi, dilettanti, professionisti — siano passati dal suo studio di via Mazzini a Mestre per ottenere il certificato di idoneità sportiva. Per molti era (ed è ancora) un rito di passaggio: vai dal dottor Fabris, e se lui ti dice che sei a posto, allora puoi correre, pedalare, giocare. L’Ordine dei Medici di Venezia lo definisce «una vera e propria istituzione in laguna», il decano dei medici sportivi veneziani e probabilmente uno dei medici più anziani ancora in attività in Italia. Gli stessi vertici dell’Ordine — Giovanni Leoni e Maurizio Scassola — hanno parlato di lui come di «un maestro vero», sempre puntuale, efficiente e professionale. 

 

Il rapporto coi pazienti

Fabris ha un’idea molto precisa di cosa significhi “fare il medico”. Non è solo tecnica. Non è solo protocollo. Secondo lui, oggi serve soprattutto empatia. La definisce così: «Compenetrarsi negli altri. Molta generosità. Ed entrare nei problemi psicologici». Perché un infarto non è mai solo un evento cardiaco. Dopo un evento grave, dice, una parte dei pazienti entra in una spirale di scoraggiamento e rabbia (“il mondo deve girare intorno a me”), e questo rallenta la guarigione. Chi invece resta attivo, torna al lavoro, torna a muoversi, spesso riprende davvero una vita piena. Questo approccio — molto relazionale, molto umano — è anche uno dei motivi per cui i pazienti lo hanno letteralmente pregato di non smettere dopo quella “ultima seduta” celebrata nel 2024. Lui stesso ammette che la pressione a continuare è arrivata dall’esterno, dalle persone che segue. È come se gli avessero detto: tu non sei soltanto un nome sulla porta, sei parte del nostro equilibrio. 

 

“Il lavoro mi tiene vivo”

C’è un altro aspetto che colpisce: Fabris, a 95 anni, non vive in difensiva. Non parla come chi “resiste”. Parla come chi è ancora dentro la vita. Racconta che si è iscritto all’Università del Tempo Libero per riprendere inglese e francese, perché con il tempo le lingue si dimenticano e perché «capire l’accento di alcuni madrelingua non è facile». Studia. Si aggiorna. Tiene allenata la testa come se fosse un muscolo, con la stessa logica con cui prescrive test da sforzo. E poi cammina. Continua a uscire con il CAI, il Club Alpino Italiano. In passato faceva anche ferrate importanti: cita la Giovanni Lipella e la salita alla Tofana di Rozes, nelle Dolomiti Ampezzane. Adesso preferisce itinerari più dolci — laghi, prati, colline — e cerca di non superare i 300 metri di dislivello. Racconta ancora di gite come quella da Valmorel a Pian delle Femene, sopra il lago di Revine. Non sono parole da cartolina, sono dettagli logistici: scarponi ai piedi, zaino in spalla, camminare e parlare con gli amici. Guida ancora l’auto. Con la moglie va ogni tanto nella casa di famiglia a Cortina. Però, dice, quando esce con il CAI accetta volentieri un passaggio dagli altri. Con una lucidità disarmante commenta: “Se dovessi scegliere se andare in auto con un novantenne o con un cinquantenne, sceglierei il cinquantenne”. È l’ironia di chi conosce bene i limiti dell’età, ma non li lascia decidere tutto. 

 

Il tema della carenza di medici

Fabris ha una visione dura ma molto chiara sulla situazione sanitaria italiana: “C’è una drammatica carenza di medici”, soprattutto nella sanità pubblica e nelle strutture accreditate. Secondo lui una parte del problema nasce da un sistema di accesso troppo rigido e spesso scollegato dalla realtà clinica: test di ingresso universitari che chiedevano nozioni «che non c’entravano nulla con la medicina», rischiando di tenere fuori persone che sarebbero diventate ottimi medici. Apprezza di più i modelli che verificano l’attitudine dopo alcuni mesi di percorso pratico, purché le domande siano pertinenti davvero. Questo punto è centrale perché mette insieme due livelli che in lui convivono:

 

    1. Lo sguardo di chi ha vissuto la medicina quando era ancora basata su rapporto diretto, margini di tempo più ampi, medicina di prossimità.
    2. Lo sguardo di chi oggi vede un sistema in affanno, con troppi pochi colleghi a coprire troppi bisogni.

 

Nel mezzo ci sono i pazienti, cioè le persone reali. Ed è lì che lui sceglie di stare ancora, a 95 anni.

 

Famiglia, memoria e fragilità

Fabris parla spesso della moglie, “la mente pensante della casa e della famiglia”, che ha “pochi anni meno di me”. Racconta di due figli — “un maschio e una femmina” — e confessa quello che definisce “il mio più grande cruccio”: non avere nipoti. Quando riflette sull’età, non lo fa in termini retorici (“l’età è solo un numero”) ma in termini esistenziali. Dice che, arrivati a 95 anni, la mente torna con insistenza alla fanciullezza più che alla giovinezza. È come se tornassero a galla le immagini prime, quelle che fondano tutto. E aggiunge un pensiero durissimo, quasi spiazzante: “Io penso che la vita dovrebbe fermarsi prima. Verso gli 80 anni si tende a diventare passivi. Io sono un’eccezione ma è così, in genere. Crescono i bisogni e dover essere accuditi è una vergogna. Per sé e per gli altri”. Questa frase dice moltissimo della sua etica. Per Fabris, il punto non è “rimanere giovani per sempre”, ma rimanere autonomi il più a lungo possibile. Rimanere utili. Rimanere presenti.

 

Perché questa storia conta (anche oltre Mestre)

Nel dicembre 2024 l’Ordine dei Medici aveva salutato Claudio Fabris come un simbolo: un medico che ha attraversato più di sei decenni di professione, accumulando specializzazioni in aree chiave della salute pubblica (cardiologia, geriatria, medicina interna, medicina dello sport), e che ha formato e visitato intere generazioni, dagli atleti adolescenti agli anziani cardiopatici. Un anno dopo, lo stesso medico è ancora operativo. Fa visite, firma certificati sportivi, controlla battiti e pressioni, ascolta storie, studia lingue straniere, cammina in montagna, guida fino a Cortina con la moglie. E difende l’idea che la medicina sia prima di tutto relazione. Per chi si occupa di scienza dell’invecchiamento, di qualità della vita e di longevità attiva, il dottor Claudio Fabris è un caso concreto, non teorico. È un uomo di 95 anni che continua a esercitare come cardiologo e medico dello sport, con una media di più di dieci visite al giorno, cinque giorni a settimana. Non parla di giovinezza eterna: parla di utilità, appartenenza, responsabilità verso gli altri e verso se stesso. È difficile immaginare un esempio più diretto — e più umano — di cosa significa “invecchiare restando vivi. ”

Arianna Pinton